Zona-Riuso
Azione relizzata per Soggetto-Soggetto. Una nuova relazione nell’arte oggi, mostra a cura di Francesca Pasini e Giorgio Verzotti.
24 giugno 1994 – 28 agosto 1994
Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli (TO)
Con
Enrico dott. Mariani, consulente sistemi di riciclaggio | Amministrazione e Sezione Didattica del Museo | Artisti partecipanti alla mostra: Maurizio Arcangeli, Maurizio Cattelan, Renée Green, Abigel Lane, Liliana Moro, Laura Ruggeri, Wolfgang Tillmans, Tommaso Tozzi, Julia Scher, Gabriel Orozco, Mat Collishow, Art Orienté object, Vanessa Beecroft, Cheryl Donegan, Philippe Parreno, Breat Streuli, Maurizio Vetrugno, Cesare Viel, Raymond Pettibon, Eva Marisaldi, Stephen Hepworth, Dominique Gonzalez-Foerster, Francesco Bernardi
Partnership
De Rosso spa
VIAFARINI
Patrocinio
Assessorato alla Cultura del Comune di Rivoli
Partecipanti al Concorso ZONA-RIUSO
Anna Torrazza, Associazione Tuttalarte, Bruno Petronzi, Bruno Ricci (vincitore), Carla Massimetti, Cesare Rosingana, Costantino Chiodi, Giampiero Pescarmona, Giorgio Carli, Gruppo di Via Belfiore, Javier Ortet Castillio, Joannes Danza, Paolo Ferrari, Renata Favaro, Riccardo Baracchini, Roberto Di Pasquale, Scuola Materna Statale di Terra del Sole, Stefano Pezzato, Stefano Sevegnani, Walter Alovisio.
Finanziamento
Pubblico | Privato
Pubblicazioni
Catalogo. Edizioni Charta, 1994
HODE Semestrale
Qual è la funzione sociale di un museo d’arte contemporanea? Come genera nuova energia? La sua rilevante produzione culturale come è riutilizzata fuori le mura?
ZONA-RIUSO nasce in occasione della mostra soggettoSoggetto. Una nuova relazione nell’arte di oggi, tenutasi al Castello di Rivoli: su invito dei curatori Francesca Pasini e Giorgio Verzotti. Ventiquattro artisti emergenti chiamati ad esplorare i cambiamenti sociali e tecnologici degli anni ’90.
Vista oggi, quella mostra rappresenta uno snodo storico cruciale: in essa si delineano due traiettorie divergenti, entrambe destinate a durare, ma fondate su presupposti profondamente diversi. Da un lato le pratiche che, pur introducendo ironia e critica sociale, rimangono interne al sistema: producono opere-oggetto ad alto valore simbolico ed economico, pienamente inserite nel circuito museale e di mercato. Dall’altro una linea minoritaria e radicale, che apre il campo a pratiche relazionali, partecipative e processuali, allora ancora prive di pieno riconoscimento istituzionale e che prenderà riconoscibilità negli anni a venire.
Una soglia negli anni Novanta.
Eretto sulla collina, il Castello di Rivoli lo percepisco imponente e solitario. Un simbolo forte, storico e contemporaneo allo stesso tempo, distaccato dalla sua città. Questa sensazione si rafforza dopo la visita agli spazi interni e nel dialogo con la direttrice Ida Giannelli. Mi chiedo subito che relazione esista tra quel luogo e le persone che vivono attorno: se lo frequentano, se lo sentono parte della città di Rivoli.
Cerco risposte nel modo in cui il museo contemporaneo esplica la sua funzione: chiedo di consultare fatture e bolle di trasporto, in entrata e in uscita. Giannelli mi mette in contatto con la direzione amministrativa, accogliendo con apertura e curiosità il modo non convenzionale di leggere il museo: non come spazio espositivo, ma come sistema di flussi, scambi, relazioni.
Dai documenti emerge l’esistenza uno spazio laboratoriale, che durante il primo sopralluogo non avevo visto. Chiedo di visitarlo e vengo accompagnata in una piccola stanza con entrata dal sottoscala. Il contrasto con la monumentalità delle sale espositive è lampante.
In quello spazio marginale incontro Anna Pironti, allora responsabile dell’Ufficio Didattico. Per entrambe è chiaro che in quel momento il Castello di Rivoli è ancora interpretato come un white cube museum. Decidiamo di lavorare insieme non su un cambiamento linguistico, ma strutturale. La sua fame di costruire relazioni, processi, educazione come pratica viva, e la mia visione dell’arte come strumento relazionale e generativo, si incontrano lì. Da quell’incontro nasce ZONA-RIUSO.
Scoperchiare il museo.
Agli inizi degli anni Novanta, in Italia i musei d’arte contemporanea erano ancora prevalentemente degli spazi neutri, deputati alla contemplazione delle opere, mentre la didattica museale stava muovendo i primi incerti passi. L’artista produce, il museo espone, il pubblico osserva, il mercato assorbe: un sistema altamente specializzato.
Decidiamo di lavorare sul tema del riutilizzo del materiale di scarto: per riutilizzo intendiamo trovare una nuova funzione; per scarto, ciò che eccede un processo produttivo. Interpretiamo il Castello come fabbrica-museo, dove lo scarto non è rifiuto, ma energia in eccesso. È una metafora che riguarda l’arte, il museo e la società insieme.
Coinvolgiamo tutti gli artisti della mostra, chiedendo loro di donarci gli scarti di produzione — materiali e concettuali — generati durante la realizzazione delle opere. Quegli scarti diventano il punto di partenza. I materiali vengono messi a disposizione del pubblico: non per essere guardati, ma usati, interrogati, trasformati. Accanto agli scarti artistici, condividiamo informazioni sul riciclaggio. L’allestimento stesso è realizzato con materiali di scarto della fabbrica De Rosso Arredamenti, che dedica al progetto una sezione speciale del suo giornale HODE.
Lanciamo un concorso di idee aperto a tutti, per immaginare un nuovo utilizzo di quei materiali. È qui che il meccanismo si rompe davvero: il museo non seleziona solo artisti, accoglie idee. Il Comune di Rivoli finanzia il progetto con un premio di cinque milioni di lire, che sarà assegnato al progetto L’Imballa-tombola di Bruno Ricci, ricercatore del CNR: un gioco didattico sul tema dell’imballaggio, pensato per le scuole elementari. Parliamo del progetto ovunque: in RAI, alle feste di paese, nelle discoteche, nelle scuole, sui giornali. Il museo esce da sé stesso.
ZONA-RIUSO si conclude con una mostra che raccoglie le idee progettuali emerse dal concorso. Ma in realtà non si conclude affatto: tutti i progetti, i materiali, gli scarti diventano strumenti per nuovi laboratori, a cura dell’Ufficio Didattico.
Una nuova economia dell’arte.
ZONA-RIUSO segna una nuova forma di economia culturale. Mentre la linea predominante del sistema dell’arte continua a fondarsi sull’economia dell’oggetto — produzione, esposizione, collezione, vendita — questa pratica anticipa un altro modello, che proprio negli anni Novanta inizia a prendere forma, pur senza un linguaggio condiviso con le istituzioni.
Il valore economico dell’opera non risiede più nella sua vendita, ma nel processo, nella produzione in iter, nella capacità di attivare altri percorsi. Un’esperienza analoga la vivrò pochi anni dopo con il progetto MS3, all’interno di quello che diventerà il Centro Culturale Candiani a Venezia-Mestre.
Nascono così forme economiche ibride e innovative: contratti di consulenza culturale, collaborazioni con enti pubblici, sponsorizzazioni, partenariati, progettazione di processi, generazione di sistemi relazionali. È un’economia meno dipendente dall’oggetto, più libera, ma anche più fragile, perché priva di riconoscimento istituzionale immediato.
Una nuova economia dell’arte.
ZONA-RIUSO segna una nuova forma di economia culturale. Mentre la linea predominante del sistema dell’arte continua a fondarsi sull’economia dell’oggetto — produzione, esposizione, collezione, vendita — questa pratica anticipa un altro modello, che proprio negli anni Novanta inizia a prendere forma, pur senza un linguaggio condiviso con le istituzioni.
Il valore economico dell’opera non risiede più nella sua vendita, ma nel processo, nella produzione in iter, nella capacità di attivare altri percorsi. Un’esperienza analoga la vivrò pochi anni dopo con il progetto MS3, all’interno di quello che diventerà il Centro Culturale Candiani a Venezia-Mestre.
Nascono così forme economiche ibride e innovative: contratti di consulenza culturale, collaborazioni con enti pubblici, sponsorizzazioni, partenariati, progettazione di processi, generazione di sistemi relazionali. È un’economia meno dipendente dall’oggetto, più libera, ma anche più fragile, perché priva di riconoscimento istituzionale immediato.
Un atto fondativo.
ZONA-RIUSO non è un episodio isolato, ma un atto fondativo del mio fare. Anticipa pratiche che negli anni successivi diventeranno centrali in progetti come: 100 giorni di MS3, Welcome in Venice, Comprensorio dei Colli Berici, fino a Ginestra Fabbrica della Conoscenza.
Negli anni Novanta musei e curatori non erano ancora pronti a includere pienamente questo fare arte nei propri schemi gestionali, economici e curatoriali. Serviranno molti artisti pionieri, molti progetti e molto tempo perché queste pratiche vengano riconosciute come parte integrante dell’arte contemporanea.
Quando ci rincontriamo, con Anna Pironti sorridiamo ripensando a quel primo incontro nel sottoscala, e a quanta strada è stata fatta da allora nel riconoscere il museo come luogo di educazione, relazione e produzione culturale. ZONA-RIUSO ha aperto una soglia. Oggi, a trent’anni di distanza, è possibile attraversarla con consapevolezza, e assumerne la responsabilità storica.












